Quella del 1940 è un'edizione che fa da spartiacque alla Storia, sportiva ovviamente, ma anche sociale e civile.
Un'aria cupa e tetra aleggia su quel Giro d'Italia allestito con tanta cura ma oppresso dai preparativi bellici, su quel Giro che doveva costituire la "madre di tutte le corse" per designare il più forte corridore da corse a tappe. Il duello atteso e annunciato era tra il "mito" Bartali e il convincente Valetti, i vincitori delle ultime quattro edizioni della "corsa rosa". Ma inaspettatamente venne alla luce "l'uomo nuovo", come l'avrebbe definito Orio Vergani. Inopinatamente un giovanissimo segaligno e timido, dalla faccia aguzza e dal sorriso timoroso, nato e cresciuto sulle colline di Tortona, quasi diventa un gigante e conduce a Milano un "Giro" che si rivela interessantissimo, incerto e combattuto: un "tutti contro tutti" dalle mille sorprese e verità.
Coppi, l'ancora sconosciuto Fausto Coppi, dopo aver dato segnali interessanti da dilettante, si erge a vincitore, sorprendente e meritevole. IL suo è il successo inaspettato di un ragazzo, quasi di un "cucciolo", la vittoria di un campione ancora infierì: il primo, grande, volo di un meraviglioso Airone.

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